venerdì 10 febbraio 2012

Crisi VII


l timore della paventata 'caduta' nel baratro del dissesto finanziario, ha giustificato e causato la sostituzione del precedente esecutivo con un 
Governo definito 'tecnico' e una generale accettazione, quasi rassegnata, da parte dell'opinione pubblica, delle misure che questo prenderà per rispondere alla crisi. Misure che, di nuovo in maniera inquietante, paiono poter essere sintetizzate nello stesso programma che Milton Friedman prescrisse a Pinochet per il Cile e che Naomi Klein spiega così: “privatizzazione, deregulation e tagli alla spesa sociale – la trinità neoliberista.”1
Il fatto stesso che il nostro Paese, all'ultimo G20, sia stato posto sotto monitoraggio da parte del Fondo Monetario Internazionale appare essere un ulteriore segnale della Sua caduta nelle mani della finanza e conferma degli obiettivi che quest'ultima persegue.
Chomsky conferma quest'assunto ed, in base alle sue ricerche, giunge ad affermare che: “l'FMI è un fattore di cui tenere conto; quando un paese fa bancarotta, il Fondo lo rifinanzia; tuttavia il denaro che manda non è destinato ai bisognosi ma agli investitori, alle istituzioni creditrici e alle banche. […] ...più l'investimento è a rischio, più è redditizio: rischio e guadagno vanno di pari passo. Non si fanno molti soldi in borsa se si cerca la sicurezza. In linea di principio se un investimento è incerto, ci si limita a puntare piccole somme, ma il Fondo Monetario ha cambiato le carte in tavola.”2
E ancora egli aggiunge:
Se nel corso degli anni '80 le economie dell'Europa Orientale erano in una fase di ristagno o di declino, la loro caduta libera iniziò solo dopo che esse nel 1989, finita la guerra fredda, adottarono il regime del Fondo Monetario Internazionale. Nel quarto trimestre del 1990, per esempio, la produzione industriale della Bulgaria (prima costante) ebbe un calo del 17%, l'ungherese del 12%, la polacca più del 23%, la rumena del 30%.3
L'Italia non è fallita, ma è indubbio che la sua economia stia vivendo una stagine in cui a fasi di stagnazione ne seguono altre di vera recessione; l'idea che qualcuno stia facendo grossi guadagni in questo meccanismo non appare, alla luce di quanto sopra esposto, così infondata; l'entrata in scena del Fondo Monetario, secondo quanto argomentato, pare esserne conferma e motivo di ulteriore timore per il Paese.
La breve disamina condotta fin qui induce a credere che, con tutta probabilità, una vera risposta alla crisi non risieda negli ennesimi correttivi suggeriti e approvati dalla politica in materia di leggi economiche, in quanto, come è stato più volte ripetuto, queste misure non appaiono essere altro che un modo per alimentare un sistema che è configurato esattamente per funzionare in questa direzione, con delle cadute cicliche in grado di garantire enormi profitti a tutte quelle “entità private che concentrano immensi poteri, legate reciprocamente da alleanze strategiche, e che dipendono da Stati potenti per socializzare rischi e costi.”4
1Ivi, p. 92
2N. Chomsky, Due ore di lucidità, Baldini Castoldi Dalai editore, Milano 2003, p. 68
3N. Chomsky, Anno 501, p. 112
4N. Chomsky, Due ore di lucidità, pp. 65-66

giovedì 9 febbraio 2012

Crisi VI


L'Italia rispecchia perfettamente questo quadro: per tacere di altro, basti pensare al progressivo scardinamento del sistema della contrattazione collettiva, culminato nelle note e recenti vicende Fiat, alla precarizzazione del rapporto di lavoro individuale, al sempre crescente tasso di disoccupazione ed inoccupazione, alla pressione fiscale in costante aumento, al perdurante inno al sacrificio, che da ogni dove proviene, in nome del 'nostro salvataggio' dalla crisi.
Le parole di Chomsky trovano ulteriore sviluppo in uno studio molto più recente Shock Economy1 di Naomi Klein, il cui assunto fondamentale è che non solo le crisi sono necessarie per la perpetuazione del sistema, ma sono anche l'unico strumento tramite cui i governi possono indurre le popolazioni ad accettare continue privazioni senza per questo delegittimarsi ai loro occhi.
L'Autrice muove il proprio ragionamento dall'analisi della situazione politico – economica del Cile nel 1971, con l'avvento al potere di Pinochet e l'applicazione da parte di quest'ultimo delle teorie economiche della scuola di Chicago e del suo guru, Milton Friedman.
Se astraiamo dal contesto storico in cui l'Autrice statunitense si muove, potremo notare inquietanti similitudini con la nostra realtà attuale.
Scrive la Klein:
La teoria della shockterapia economica si fonda in parte sul ruolo delle aspettative nell'alimentare un processo inflazionario. Frenare l'inflazione richiede non solo di mutare la politica monetaria, ma anche di cambiare il comportamento dei consumatori, dei datori di lavoro e dei dipendenti. Un mutamento di politica improvviso e inaspettato altera rapidamente le aspettative, segnalando all'opinione pubblica che le regole del gioco sono profondamente mutate: né i prezzi né i salari continueranno a salire. Secondo questa teoria, più in fretta si abbassano le aspettative riguardo all'inflazione, e più breve sarà il periodo doloroso di recessione e alta disoccupazione. Tuttavia, soprattutto in quei Paesi nei quali la classe politica ha perso credibilità, si suppone che solo uno shock enorme e radicale abbia il potere di “insegnare” all'opinione pubblica queste amare lezioni. Provocare una recessione o una depressione è un'idea brutale, in quanto crea inevitabilmente una povertà di massa, ed è per questo che nessun leader politico sembra disposto a mettere in atto la teoria.*2
Non può sfuggire come quest'analisi ci riporti immediatamente agli ultimi eventi politici del nostro Paese.
Pur tralasciando ogni considerazione sulle capacità del Governo appena destituito, infatti, il mondo finanziario appare come il primo e vero responsabile dell'accelerazione degli ultimi mesi verso la recessione e del conclamato rischio di fallimento dello Stato italiano.
1N. Klein, Shock Economy, BUR Rizzoli, Milano 2007
2Ivi, pp. 97-98 * Il corsivo è mio

mercoledì 8 febbraio 2012

Crisi V


Nel testo la parola 'crisi' ha essenzialmente caratterizzazione negativa: con essa, infatti, si intende un eccesso di zelo da parte delle popolazioni delle democrazie occidentali nell'interessarsi alla politica e agli affari dei rispettivi Stati. Per limitare questo fenomeno, a parere di Chomsky, sono state pensate e poste in atto tutta una serie di azioni politiche atte a rendere le popolazioni semplici strumenti dei 'poteri forti' del mondo. Le misure economiche, le invasioni militari in Vietnam, America Latina e Medio Oriente, la propaganda in Europa Occidentale, furono, secondo Chomsky, tutti strumenti con un unico fine: garantire la penetrazione economica delle multinazionali, statunitensi e non, e un mondo subordinato alle loro esigenze. In sostanza, Chomsky vede la politica come lo strumento che il mondo finanziario ha avuto in mano negli ultimi quarant'anni per garantire i suoi interessi. Leggiamo, ad esempio, questo passo:
In questi anni l'economia mondiale non è più tornata ai ritmi di crescita dell'era Bretton Woods, mentre il declino del Sud, accelerato dalle dottrine economiche neo liberiste dettate dai padroni del mondo, è stato particolarmente marcato in Africa e nell'America Latina, dove si è accompagnato al crescente terrore di stato. […] Come abbiamo visto, anche le ricche società industriali stanno assumendo alcuni aspetti del Terzo Mondo con le loro isole di ricchezza e privilegio in un crescente mare di povertà e disperazione. Ciò è particolarmente vero negli Stati Uniti ed in gran Bretagna, dopo le cure di Reagan e della Tatcher. L'Europa continentale però è sulla stessa strada, malgrado vi sia ancora un certo potere contrattuale dei lavoratori e resista una sorta di patto sociale; […] Inoltre il collasso dell'impero sovietico offre nuove possibilità di tracciare una divisione Nord-Sud anche all'interno delle società più ricche. […] Il capitale si muove facilmente, ma le persone non possono, o viene loro impedito di farlo da chi plaude sì alle dottrine di A. Smith, ma solo quando sono a suo vantaggio.[...] Nelle condizioni attuali di organizzazione della società e di concentrazione del potere, è poco verosimile che il libero scambio aumenti il benessere generale, come potrebbe fare in una diversa struttura sociale. Coloro che si dichiarano seguaci di A. Smith si guardano bene dal seguire alla lettera le Sue parole: i principi del liberismo economico potrebbero avere degli effetti positivi se venissero applicati rispettando i diritti umani fondamentali. Quando sono modellati invece dalla “selvaggia ingiustizia degli europei” e dall'obbedienza cieca alla spregevole regola, possono solamente favorire gli architetti di quelle politiche e di pochi altri.”1
Chomsky scrive queste parole nel 1993, eppure esse potrebbero appartenere ad un qualunque editoriale degli ultimi giorni.
L'unico cambiamento che purtroppo ravvisiamo da allora è l'ulteriore perdita del potere contrattuale dei lavoratori e la sensazione che il patto sociale di cui egli parla, oggi, sia stato completamente travolto dai bisogni finanziari.
1N. Chomsy, Anno 501, La conquista continua, Gamberetti editrice, Milano 1993, pp. 83-84, 85-86

martedì 7 febbraio 2012

Crisi IV


Pertanto, la domanda corretta da porsi potrebbe non essere quella che comunemente viene formulata: “lo Stato deve intervenire?”, quanto piuttosto: “che genere di intervento è politicamente necessario?”,.

A tal proposito infatti Zizek precisa: “il dibattito sul piano di salvataggio è precisamente vera politica, nella misura in cui ha a che vedere con decisioni riguardanti le caratteristiche fondamentali della nostra vita sociale ed economica, e nel processo mobilita persino i fantasmi della lotta di classe. […]”
Conclude l'Autore: “Invece di uno sfogo impotente, dovremmo controllare la nostra furia e trasformarla in una fredda determinazione a pensare, a riflettere in modo radicale e chiedere che genere di società è quella che rende possibile un ricatto di questo tipo.

Zizek scrive tutto questo nel 2009, cioè a ridosso di quella che ormai possiamo definire la penultima delle crisi cicliche del capitalismo finanziario, crisi asseritamente risolta, negli Stati Uniti e non solo, al prezzo di un enorme intervento statale a sostegno delle banche, a sua volta finanziato tramite tagli alla spesa pubblica destinata al welfare, abbassamenti dei salari e maggiori imposizioni fiscali.
In altre parole un intervento di salvataggio a favore dei c.d. poteri forti (Wall Street) incentrato sulla classica richiesta di 'sacrifici' alle classi lavoratrici (Main Street).
La teoria politica del filosofo di Lubiana è quindi fondata, ed anzi è ulteriormente rafforzata dalla corrispondenza di tale filone di pensiero alle risultanze di studi svolti da altri filosofi per svariati decenni.
Se Zizek giunge alle sue conclusioni attraverso un ragionamento logico basato sulla contemporaneità, Noam Chomsky arricchisce quest'analisi con dati concreti ormai da circa quarant'anni.
Nella sua opera, il linguista docente del MIT descrive infatti un percorso economico cominciato, a suo avviso, nel 1970, destinato ad impoverire progressivamente le classi lavoratrici, a togliere loro potere d'acquisto e diritti in favore di una ristretta élite costituita dagli uomini più ricchi del mondo occidentale, in particolare statunitensi.
Questa élite, che Chomsky definisce il “senato virtuale” del mondo, si garantirebbe la possibilità di governare il pianeta nascondendosi dietro il paravento dei governi politici ufficiali, proprio attraverso il modello economico descritto da Zizek delle c.d. crisi necessarie.
Una delle prove ricorrenti che Chomsky porta a sostegno di questa tesi è il documento fondativo della Trilateral Commission, intitolato La Crisi della Democrazia, redatto da Samuel P. Huntington con prefazione di Z. Brzezinski, pubblicato nel 1973.

lunedì 6 febbraio 2012

Crisi III


Dati tali presupposti, la necessitata conseguenza che ne trae l'Autore è che simili “crisi” siano inevitabili, che esse siano parte integrante del sistema e che addirittura possano esserne uno strumento stesso.

venerdì 3 febbraio 2012

Sulla crisi e liberalizzazioni II



Quest'analisi esplicita le ragioni finanziarie della scarsissima efficacia dei provvedimenti adottati dal Governo italiano nell'invertire l'andamento dei mercati e, più in generale, le cause che impediscono al Sistema Europa di mettersi al riparo dagli attacchi del mondo delle borse.
Essa, però, è quella che potremmo definire una risposta endemica, ossia una soluzione che trae origine dalla materia stessa che si sta studiando. L'economia che risponde all'economia.
Sebbene questo non possa considerarsi certamente errato e sia anzi, per altro verso, la strada più intuitiva per far fronte alla crisi, scorrendo i quotidiani possiamo ciò nonostante renderci conto di come le ricette economiche, proposte come soluzioni, possano invece tra loro essere differenti, variegate e calibrate su prospettive discordanti.
Siamo dunque di fronte al problema che già nel 2009 Slavoj Zizek ha presentato come centrale nella sua opera Dalla tragedia alla farsa – Ideologia della crisi e superamento del capitalismo.


Egli, infatti, in relazione alla crisi economico finanziaria del 2008 scriveva:

I mercati sono effettivamente basati sulla fede (persino la fede nella fede degli altri), così quando i media sono preoccupati “rispetto al modo in cui il mercato reagirà” al piano di salvataggio, si tratta non solo della questione delle sue reali conseguenze, ma anche della fede dei mercati nell'efficacia del piano. Questo è il motivo per cui il piano di salvataggio potrebbe funzionare, anche se economicamente sbagliato.


Quello che ci sta dicendo il filosofo in queste poche righe è molto importante: egli sottolinea, infatti, che, in fondo, il problema non è trovare misure economiche realmente efficaci, ma trovare quelle che in base alla 'fede', o potremmo meglio dire in base al 'gradimento dei mercati', risultino essere preferibili per una ripresa degli scambi finanziari.
Parafrasando un paradosso di Zizek, ciò che conta non è una risposta scientificamente corretta per un rilancio del mondo economico reale ma soltanto una risposta che sia buona per Wall Street, perchè “ciò che è buono per Wall Street non è necessariamente buono per Main Street, ma Main Street non può prosperare se Wall Street si sente male.
In sintesi, Zizek rileva l'assenza di un legame sostanziale tra tutto ciò che viene continuamente proposto come “medicina della crisi” e un buon risultato della “cura”.
L'Autore trova poi riscontro al proprio assunto attraverso alcune constatazioni di carattere “storico”.
La prima di esse è che ciclicamente il sistema capitalista-finanziario cade in queste “crisi”; la seconda è che, tra le diverse soluzioni che il mondo politico potrebbe elaborare per sciogliere queste crisi, si privilegiano sempre quelle che trovano riscontro positivo nei mercati ed impongono costi sempre crescenti alla popolazione.


giovedì 2 febbraio 2012

Sulla crisi e le liberalizzazioni!


La crisi del debito pubblico italiano è stata certamente uno degli argomenti principali di cui i mezzi di informazione si sono occupati nelle ultime settimane.
Esplosa a livello finanziario alla metà di agosto 2011, con i mercati che progressivamente hanno sfiduciato i titoli di Stato, essa ha costretto il Governo italiano a correggere le proprie misure economiche, così come prospettate nel mese di luglio 2011, per il tramite di una manovra finanziaria, approvata nei primi giorni di settembre 2011, che ha appesantito ulteriormente la pressione fiscale sulla popolazione.
Il problema del debito pubblico dello Stato italiano non ha comunque per questo cessato di esistere; i mercati stessi non sembrano aver accolto positivamente le misure adottate e il rischio del fallimento per l’Italia è stato più volte paventato dai mezzi di comunicazione, sia televisivi che di carta stampata.
Tutto questo ha condotto persino ad un cambiamento dei vertici politici del nostro Paese, con la nomina a Presidente del Consiglio di Mario Monti, il cui compito sarà quello di individuare ed attuare ulteriori provvedimenti in grado di risollevare lo Stato.
Ma la prospettiva 'fallimento' può davvero divenire una realtà concreta per il nostro Paese?
E quali sono le ragioni per cui i mercati non hanno accolto favorevolmente la manovra economica dell'estate 2011?
Per quale motivo le agenzie di rating, come Standard & Poors e Moodys, hanno declassato il nostro Paese?
Per rispondere a queste domande ci siamo rivolti ad un operatore finanziario italiano che lavora con soddisfazione nella city di Londra.
Per motivi di compliance non possiamo citare il suo nome, ma sia sufficiente sapere che le risposte arrivano da un giovane italiano che già da qualche anno ha lasciato il nostro Paese (per la ben nota mancanza di opportunità lavorative), dopo aver brillantemente conseguito la laurea in Economia dei mercati internazionali all’Università Bocconi di Milano.
Questa la sua analisi sulla situazione italiana ed europea:
Recentemente Moodys ha declassato l'Italia di tre punti, sottolineando che le aspettative di crescita globale e soprattutto europea avrebbero avuto ovvie ripercussioni sulla domanda estera di beni italiani.
Le misure di austerity senza le riforme opportune hanno un effetto nullo sulla crescita. Questi fattori hanno portato a giugno a rivedere le previsioni di crescita sul nostro Paese portandole a 0.5%, dall’ 1% previsto per il 2012.
Nel medio termine le stime di crescita sono rimaste invariate a causa della mancanza di riforme strutturali. Le condizioni di funding negli ultimi mesi sono deteriorate a causa dell'aggravarsi della crisi del debito sovrano che e' partita dai cosiddetti PIGS (Portogallo, Irlanda,Grecia e Spagna) ed ha contagiato anche l'Italia.
Questo ha portato al peggioramento delle condizioni di funding non solo del nostro Paese ma anche della Francia: questo a beneficio dei tassi di interesse tedeschi che hanno raggiunto il loro minimo storico grazie al cosiddetto “flight to quality”.
Nonostante l'allargamento degli spread, l'effetto sul costo del debito italiano, però, non e' molto elevato. Quello che pesa realmente, al contrario, e' senza dubbio l'effetto sul funding delle banche, sulla cessione del credito alle aziende e ai privati, e l'effetto sulla crescita.
Il Governo italiano ha comunque messo in piedi delle misure credibili che prevedono il pareggio di bilancio nei prossimi anni, ma non ha aiutato il continuo cambio di marcia nelle decisioni delle misure da intraprendere.
Se confrontiamo l'Italia con gli altri stati dell'Unione Europea notiamo che nonostante essa abbia un debito pubblico tra i più alti del mondo, sia in termini assoluti (1.843.015.000.000), sia in termini relativi sul pil (119%), la sua situazione è migliore di quella di tanti altri Stati: questo perché ha un deficit pubblico basso ed e' in linea con il target del 3.9% previsto per il 2011. Inoltre, se si prende in considerazione anche la componente privata del debito, l'Italia si trova in una posizione privilegiata grazie ad un indebitamento molto basso sul comparto privato e ad un elevato tasso di risparmio che viene riversato principalmente nel suo debito pubblico.
A mio avviso una soluzione della crisi in Italia non può prescindere dall'area euro. Il male e' a monte ed e' nelle fondamenta dell'unione monetaria. Mi spiego: un'unione monetaria non può esistere se non e' accompagnata da un’unità fiscale e di budget. I padri fondatori dell'euro sapevano fin dall'inizio che l'unione monetaria sarebbe stata solo una prima fase di un processo che avrebbe portato poi all'unificazione fiscale e infine, perché no, politica. Al momento ci sono due tipi di economie completamente diverse all'interno di un unico sistema monetario. Da un punto di vista macroeconomico questo e' impossibile. C'è bisogno di un coordinamento al livello politico affinché si arrivi alla fase numero due, ossia all'unione fiscale. Ma come si fa a spiegare a un tedesco che deve pagare più tasse per aiutare uno o più paesi in difficoltà ? Per un politico significherebbe perdere le elezioni. E' difficile spiegare ai tedeschi che se le loro esportazioni sono cresciute a razzo negli ultimi dieci anni e' stato grazie alla moneta unica che ha permesso loro di vendere a prezzi molto più competitivi. La Germania, ad esempio, è davvero come un uomo che e' seduto su una barca che sta affondando e non vuole aiutare gli altri a riversare l’acqua dalla barca in mare per non bagnarsi le scarpe. Non comprende che se la barca affonda, affonda anche lui!

Continua....

mercoledì 1 febbraio 2012

MA BALLARO'? (2)

Avevo già parlato di questa trasmissione, ma credo meriti qualche altra riga. Perchè?
Semplicemente perchè ad un'attenta osservazione dà davvero la sensazione di essere una perfetta trasmissione confezionata non per fare informazione, ma per indottrinare il pubblico. Compito del "buon" Floris, degli ospiti, del sondaggista e dello staff sembra, infatti, quello di doverci far digerire tutto ciò che in questo momento politico viene deciso "sulla nostra pelle" e farcelo accettare. Attraverso analisi e servizi, anche strappalacrime, la risposta del programma, mascherata da informazione, pare essere questa: "le cose stanno così, per cui dobbiamo accettare ogni decisione con la testa china".
La mascherata pare decisamente ben architettata anche attraverso l'ìnvito di ospiti, quali ad esempio l'economista Fitoussi ieri sera, che avrebbero anche cose interessanti da dire, ma nel momento in cui sconfinano verso ciò che sarebbe una real descrizione dei problemi e una reale soluzione vengono interrotti, risate in studio e pronto un altro argomento.
Concludono poi i sondaggi, con domande in primo luogo, e statistiche in secondo, alquanto discutibili e dubbie. L'unico dato degno di commento, il crescente astensionismo della popolazione, segnalato si, ma certo non degno di un dibattito o di un interrogativo in più per i politicanti presenti in sala. Certo non possiamo chiamarli politici. Intanto Floris ride...e nel vento pare di sentire suonare.."l'Italia assasinata dai giornali...e dal cemento...."
A presto!

martedì 31 gennaio 2012

Dal Blog di un amico!

Il Paesaggio: rappresentazione visibile e materiale della patria!

Il nubifragio che si è abbattuto in Liguria e nell’alta Toscana non è stato il vero motivo di tanti morti, tanti dispersi e tanti danni. Sappiamo tutti, e lo sapevamo da tempo, che il Paese intero è a rischio. Sono anni che cadono nel vuoto dati allarmanti in merito a questa situazione: il 70% dei Comuni della Penisola è interessato da fenomeni di dissesto idrogeologico. In Liguria, poi, non c'è un angolo che non sia a rischio idrogeologico. Il 98% dei Comuni presenta un'elevata criticità idrogeologica. La provincia di La Spezia, colpita da un’alluvione e conseguenti distruzioni il 25 ottobre scorso, capeggia questa amara classifica con il 100%[1].
Come ha scritto Pietro Greco, ogni anno, in media, in Italia si verificano ben 1.200 frane e 100 inondazioni rilevanti. Per questo ogni anno muoiono decine di persone: circa sei ogni mese, in media, nell’ultimo secolo e mezzo. Dal 1853 al 2003, secondo i calcoli della Federazione italiana di scienze della Terra, il dissesto idrogeologico si è portato via oltre 11.000 vite: 4.000 per il tramite di inondazioni e 7.000 per frane. Si calcola che dal dopoguerra a oggi le sole frane abbiano causato danni per oltre 50 miliardi di euro. In media 800 milioni l’anno, saliti negli ultimi lustri ad 1,2 miliardi l’anno[2].
Tutto questo mentre le risorse contro il dissesto idrogeologico sono state ridotte dell’84,8% dal 2008 al 2012. Per la riduzione dei rischi, in verità, era stato previsto uno stanziamento straordinario di 2 miliardi di euro per i piani regionali, ma nessuna opera è stata avviata perché non sembra esserci alcuna volontà politica e amministrativa diretta a difendere e curare il territorio per prevenire le tragedie che sono sotto gli occhi di tutti; al contrario, per il Piano casa, che ha visto impegnati alacremente gli amministratori di tutte le regioni che lo hanno approvato, si prevede un’ulteriore, irresponsabile e criminale cementificazione del territorio di 480-500 chilometri quadrati[3].
Questi disastri, come ha giustamente scritto Piero Bevilacqua, hanno più di una causa: da una parte vi è, infatti, un graduale e costante abbandono dell'agricoltura da parte dei piccoli coltivatori che non ce la fanno a reggere i bassi prezzi con cui viene remunerata la loro impresa. Un fenomeno, questo, “a cui gli economisti agrari di solito plaudono, perché il modello competitivo – nel pensiero economico astratto - è naturalmente la grande azienda, senza alcuna considerazione di ciò che accade al territorio” che generalmente viene lasciato in una stato di incuria delittuoso. D’altra parte a tale fenomeno si è aggiunto “un sempre più largo uso edificatorio del suolo. Il cemento ha preso il posto degli ulivi o degli alberi da frutto”[4]. Per decenni si è perpetrato il massacro del paesaggio con furia da “accumulazione originaria” di marxiana memoria.
Tutto questo senza contare che più che ad una seria opera di manutenzione del territorio e di prevenzione del rischio idrogeologico si cerca sempre di concentrare la spesa pubblica in favore delle solite, infinite e troppo spesso inutili, incompiute se non addirittura dannose “grandi opere” (basterebbe l’esempio del colossale disastro ambientale avvenuto nel Mugello per la Tav Firenze-Bologna per intendersi rapidamente). E, naturalmente, in favore dei general contractors che, tramite una legislazione distorta in materia di lavori pubblici, da decenni hanno intascato centinaia di miliardi di euro - anche dividendoli, attraverso appalti e subappalti, con ditte prestanome delle organizzazioni criminali che dalla ricostruzione del dopo terremoto in Irpinia in poi sono diventate vere e proprie potenze finanziarie in grado di influenzare l’economia – creando un debito pubblico stratosferico e tra i più gravosi al mondo. Va tenuto anche conto del fatto che, come scrive ancora Bevilacqua, le grandi opere sono il frutto recente di un modo di procedere del capitale finanziario, in concerto con poteri pubblici deviati, per costruire infrastrutture – di più o meno provata utilità collettiva – e in genere contro la volontà delle popolazioni che vivono nei luoghi interessati. Senza dire, continua Bevilacqua, che il nostro è un territorio delicato, che mal sopporta il gigantismo delle costruzioni fuori misura.
Come sostengono nelle loro battaglie civili Salvatore Settis e Paolo Berdini, la tutela dell’ambiente è un pilastro della nostra Costituzione, ma il vero problema è che coloro che amministrano le città e il territorio, come i nostri governi, troppo spesso rispondono ad interessi particolari che nulla hanno a che vedere con il bene pubblico e, nel nostro caso, hanno in mente solo cemento, asfalto e una grigia desolazione che invade città e campagne e si diffonde sull’intero territorio nazionale. Tutto questo a danno non solo dell’erario pubblico, visti i gravosi e costanti impegni per stimolare il settore dell’edilizia, ma di un bene reale quale il profilo ambientale, paesaggistico ed artistico italiano, unico al mondo. Tutti i giorni abbiamo la prova di un’insensibilità culturale e costituzionale testimoniata da un paesaggio sconciato, dalla devastazione di luoghi storici e pregiati dal punto di vista paesaggistico.
Che il panorama sin qui descritto stia, forse, a rappresentare la situazione di decadimento, degrado e sfascio culturale, urbanistico, politico, economico e antropologico in cui versa il Paese? Davvero ha prevalso un’educazione, un paradigma culturale, come aveva intravisto Pier Paolo Pasolini nel 1975, in cui tutti sono pronti al gioco al massacro pur di avere, in cui l’educazione ricevuta è stata avere, possedere, distruggere?[5]
Come ha detto l’architetto e urbanista Ryckwert, la città è una forma simbolica che rispecchia la visione del mondo dei suoi abitanti. Era vero per le città antiche, è vero per le metropoli moderne. La differenza è che quelle contemporanee sono ormai l’immagine spaziale della speculazione immobiliare: la finanza tradotta in edilizia con città tutte uguali e sempre più noiose, disegnate da un’architettura che non solo non è più a misura d’uomo, ma che nega la misura dell’uomo. Le antiche città erano fatte di differenze che coabitavano nel medesimo spazio: l’idea della compresenza delle differenze era un fondamento dell’urbanitas. Nelle nostre città, invece, la convivenza è decisamente in crisi: al posto dei luoghi comuni, pubblici, ci sono tanti quartieri-recinto – troppo spesso costruiti dove non si potrebbe, scollegati e senza servizi – in cui si vive blindati. Gli stessi centri commerciali sono delle fortezze circondate da enormi parcheggi che fanno da fossato.
Il futuro della città, ricorda Ryckwert, sta in quei movimenti che cercano di ristabilire un legame fra gli uomini, l’ambiente e l’agricoltura locale. È necessario declinare al futuro quella dialettica tra città e natura tipica dell’antichità per ridare vita, misura e cuore alle nostre città.

Grazie ad Antonio Polichetti!

lunedì 30 gennaio 2012

Australian Open the end!

Alla fine ha trionfato, per il secondo anno consecutivo, Novak Djokovic!
Sono occorse sei ore, per la finale più lunga della storia, perchè il serbo avesse ragione di Rafael Nadal; una partita, si è detto, che passerà alla storia, e Novak ha dimostrato grande sportività durante la premiazione, omaggiando Nadal e il fatto che, in fondo, due vincitori non potevano esserci, ma probabilmente sarebbe stato giusto così!
Primo slam dell'anno archiviato dunque, e possiamo dire che è stato un bellissimo torneo con 2 semifinali e una finale davvero meritevoli del palcoscenico di Flinder's Park!
Ha vinto Djokovic, ma le premesse perchè i FAB FOUR si diano battaglia con esiti imprevedibili durante il corso di tutta la stagione ci sono tutte!
Nadal cercherà il riscatto sul rosso, Federer e Murray vorranno dire la loro, sopratutto sull'erba di wimbledon e sul cemento americano!
Sarà un anno di tennis emozionante, per ora non ci resta che fare i complimenti a Djokovic, a Melbourne è stato lui il più forte, di un nulla. ma lo è stato!!
Stay tuned!

venerdì 27 gennaio 2012

Australian Open Djokovic in finale con Nadal!

E' stata una partita quasi epica quella di oggi.
Djokovic e Murray, come previsto, se le sono "date di santa ragione" per oltre 4 ore in una partita che è stata davvero incetrta fino all'ultimo. parziale finale, 6-3 3-6 6-7 6-2 7-5 per il numero uno del mondo...baciato anche dalla fortuna per un sacrosanto over rule che l'arbitro avrebbe dovuto chiamare nel game finale a favore di Murray e che certamente ha tolto le ultime energie nervose allo scozzese, il cui problema resta proprio nella concentrazione.  A dirla tutta, infatti, oggi forse il miglior tennis lo ha mostrato lui, ma la continuità di Novak unita un gioco solidissimo ha fatto la differenza.
Finale , dunque, tra i primi due giocatori del mondo!..Chi vincerà?


giovedì 26 gennaio 2012

Australian Open, prima semifinale!

E' stata la partita che negli ultimi dicei anni ha rappresentato il tennis, Federer - Nadal, e come spesso è capitato, ha trionfato lo spagnolo, dopo 4 set di battaglia.
Eppure Federer era partito col piede giusto, sprint con un tennis di quelli che hanno subito ricordato il Roger d'annata, avanti subito tre a zero con colpi ingiocabili e poi, seppur rimontato del break iniziale, aveva messo in cascina il primo set al tie break!
Si sa, però, che Nadal non si scoraggia mai e non molla. Come prevedibile dopo il primo set le gambe dello svizzero hanno mollato e subito il maiorchino è salito in cattedra con potenza fisica, & 2 e si ricomincia.
Terzo set di nuovo di lotta, con grandi colpi da parte dei due sfidanti e occasioni ...si riapproda al tie break, Federer rimonta da sotto 6 a 1 fino al 6 -5, ma Nadal trova la stoccata e si aggiudica il parziale. Nel quarto gli è sufficiente poi un break, per sconfiggere un Federer che vede per l'ennesima volta il materializzarsi della sconfitta con Rafa e le cui gambe ormai non girano più come qualche anno fa!
Nadal vola in finale dunque, attende il vincente di Djokovic Murray di domattina. Favorito il serbo, ma spettacolo assicurato, gli AO piacciono molto anche al talentuoso n. 4 del mondo che giocherà le sue chances...  che vinca il migliore!

mercoledì 25 gennaio 2012

Lo Stato (IV)


l problema trova soluzione attraverso due livelli di analisi: il primo è relativo al meccanismo di funzionamento reale dello Stato, il secondo si rivolge, al contrario, ad un tratto culturale della popolazione, frutto, anch'esso, di un'eredità storica.
Per quanto concerne il primo punto, se, infatti, a livello teorico la spersonalizzazione del potere mette al riparo lo Stato da ogni possibilità di abuso, a livello pratico, come rileva perfettamente ancora Portinaro, si crea uno iato tra la Costituzione e il meccanismo del potere reale che resta, se non considerato, a disposizione di tutta una serie di sottopoteri, primo fra essi quello economico, in grado di inserirsi in questo spazio e condizionare, attraverso il proliferare di organi tecnici di previsione, supervisione e controllo e la liberalizzazione dei mercati, la macchina di funzionamento statale.1 In questo senso l'autore afferma che la “divisione dei poteri è diventata autonomia dei sottosistemi”.2
Se Portinaro, però, tratta questo tema come ipotesi molto plausibile senza affrontarlo in modo più, approfondito a causa del fatto che il suo studio è indirizzato verso altri obiettivi (ossia tracciare un'evoluzione storico -.teorica dell'idea Stato), c'è un autore in particolare che dimostra nel concreto l'ipotesi, Noam Chomsky.
Come noto, il linguista statunitense ha al Suo attivo decine di testi dedicati a dimostrare nel concreto come esistano dei sottosistemi di potere in grado di impadronirsi delle istituzioni statali a proprio uso e consumo.
Ecco come egli descrive questo meccanismo:
“I centri di potere risiedono nei paesi più ricchi in cui formano una vasta rete. Gli Stati più potenti – il G8 o il G3, se si preferisce, le grandi multinazionali, le banche e le istituzioni internazionali sono tutte legate da alleanze e interessi comuni. Si può dire che che la maggior parte delle economie sono o tendono a diventare oligopolistiche: un piccolo gruppo di enti estremamente potenti e tirannici dominano alcuni settori, mentre dipendono da Stati che al contempo dominano.[...] Molte delle decisioni politiche importanti sono consistite nel trsferire il potere dal settore pubblico a quello privato. Ma le multinazionali hanno bisogno di uno Stato potente che le protegga. […] Nei fatti, le aziende contano sullo Stato per socializzare i rischi e i costi, mantenere un clima interno ed esterno favorevole alle proprie operazioni ed evitare il crollo in situazioni avverse.[...] Le multinazionali hanno acquisito un potere notevole e hanno un ruolo preponderante nella vita economica, sociale e politica. Negli ultimi vent'anni, la politica dello Stato ha teso ad accrescerne i diritti a spese della democrazia. E' il cosiddetto neo-liberismo: il trasferimento del potere dai cittadini a enti privati. Una multinazionale è diretta dall'alto e non ha responsabilità, o quasi nessuna, nei confronti del popolo.”3
Questo è solo uno dei numerosi passaggi che Chomsky dedica alla spiegazione di come quello iato tra Costituzione e potere reale sia caduto nelle mani dei cosiddetti “poteri forti”e, solo per citare alcuni dei suoi testi, basterebbe leggere saggi come Capire il potere, La democrazia del Grande Fratello, Sulla nostra pelle, per trovare ampie dimostrazioni fattuali del sistema sopra descritto.
Le analisi del filosofo americano aiutano anche a comprendere il secondo livello del problema, attraverso una soluzione che Egli stesso propone.
Il cartello di Terzigno, infatti, può anche essere considerato come il riflesso di circa duecento anni di lotte popolari, alimentate dal pensiero anarchico e in generale di sinistra che, giustamente, individuava nello Stato il centro di potere responsabile delle ingiustizie politico-sociali.
Come abbiamo visto però, a livello teorico, grazie anche a queste lotte, lo Stato si è evoluto e trasformato, mentre nel contempo il Potere ha trovato altri modi per esercitare la sua tirannia. Sono 
ueste le ragioni che spingono Chomsky, pensatore che ama definirsi “compagno di viaggio dell'anarchia”, ad affermare quanto segue:
“I miei obiettivi a breve termine consistono nel difendere e perfino rafforzare gli elementi dell'autorità statale che, seppur illegittimi per tanti versi, sono oggi più che mai necessari per impedire gli sforzi tesi a far rifluire i progressi che sono stati compiuti nell'allargamento della democrazia e dei diritti umani. Nelle società democratiche, l'autorità dello Stato viene costantemente sottoposta a pesanti attacchi, ma non perché contrasta con la concezione libertaria. Al contrario, perché offre una protezione contro alcuni aspetti di tale concezione. I nostri governi hanno un difetto fatale: a differenza delle tirannie private, forniscono al popolo disprezzato l'occasione di svolgere un ruolo nella gestione degli affari. Questo difetto è intollerabile per i padroni.”1
Il compito, pertanto, è impadronirsi nuovamente dello Stato, prendere coscienza del fatto che esistono una Costituzione e delle istituzioni che sono e devono essere l'arma di difesa della cittadinanza. Solo in questo modo si può evitare, parlando in termini kantiani, che ciò che lo Stato è in teoria, resti una forma a priori del tutto priva di contenuti.

martedì 24 gennaio 2012

Lo Stato (III)


Lo Stato, infatti, “si insedia al centro della scena politica europea dopo una lotta secolare che vede Chiesa, comuni e aristocrazie opporsi agli sforzi di monopolizzazione del potere coercitivo.”1
Da quel momento sono stati necessari tutta una serie di passaggi evolutivi: nato, appunto, come spontanea soluzione al conflitto di potere tra queste tre gerarchie, il concetto di Stato ha attraversato la storia dovendo continuamente reinventare i suoi principi di legittimità, proprio perché essendo una categoria politica concreta è stata la storia stessa a chiederne i cambiamenti. Questi passaggi possono essere sintetizzati in alcuni punti chiave. Se, infatti, inizialmente, al fine di legittimare la sua esistenza, lo Stato giustifica quest'ultima con una pretesa genesi della sovranità a carattere divino, incarnata nella persona del re (un esempio su tutti è Luigi XIV con l'affermazione “Lo Stato sono Io”) di cui la massima espressione teorica è l'opera di Jean Bodin2, sono proprio le contingenze storiche, di pari passo con la teoria, a modificare progressivamente questo concetto: affermatosi come detentore del potere politico, lo Stato diventa l'oggetto del contendere attraverso cui si affermano i più importanti progressi civili. A partire dalla Rivoluzione francese, in parallelo con i contributi di pensatori come Rousseau, Kant e Hegel, l'idea Stato si arricchisce di carattere etico, dello scopo di realizzare principi universali per tutta la sua comunità. Questo archetipo è ciò che lo accompagna fino ai giorni nostri, che lo porta nel 1948 (per quanto riguarda l'Italia) ad essere Stato di diritto, dove, parafrasando Luigi XIV, “lo Stato siamo Noi”. Per comprendere fino in fondo questa conclusione è necessario, però, soffermarsi dal punto di vista storico, per un attimo, all'esperienza dei totalitarismi novecenteschi, perché è tramite questo gigantesco trauma del XX secolo che si realizza un ultimo passo fondamentale per capire nella sua globalità lo Stato di diritto.
Assunte tutte le difficoltà che una spiegazione razionale di questi fenomeni propone, una tesi molto accreditata3 è che essi possano essere definiti come l'estremo tentativo di costruire con la ragione la società perfetta, ossia portare a totale compimento quel concetto di eticità e universalità della comunità territorialmente definita. Tale prova avviene attraverso la massima espressione di personalizzazione del potere, la più alta forma di politica di vertice che la storia abbia conosciuto. A livello di teoria dello Stato questo si traduce nel potere nelle mani di una sola persona, il dittatore, appunto, cui però, a differenza del re assoluto, spetta il compito di realizzare ciò che si suppone essere la volontà generale. Lo Stato è letteralmente nelle mani di una sola singola persona, legittimata dal basso, ma che di nuovo ne è l'incarnazione. I tragici risultati di questa esperienza producono, per reazione, quel passo fondamentale di spersonalizzazione completa dello Stato e pongono la sede del potere nel suo documento fondativo, la Costituzione. Uno stratagemma, questo, che, date per acquisite alcune caratteristiche quali la sovranità popolare, una forma di governo 
democratica con il meccanismo della rappresentanza parlamentare, la garanzia di libertà e dei diritti dell'uomo, dovrebbe essere in grado di metterle al riparo da qualsiasi tentativo di abuso e sopraffazione. La sintetica evoluzione storica appena descritta, serve a ricordarci che, almeno a livello teorico, lo Stato non potrebbe né dovrebbe essere colpevole, per esempio, di quanto è accaduto a Terzigno. Eppure l'accusa resta, perché?
Alla prossima!

lunedì 23 gennaio 2012

Lo Stato II


Questo vuol dire che la nostra statualità si caratterizza come una comunità territoriale all'interno della quale vige un sistema di potere definibile come “governo della legge”, ossia un'articolazione del potere limitata dal diritto. Tale limite è appunto la Costituzione, definibile come il “luogo di coniugazione di diritto e politica.”1 Nel concreto questo si traduce in una funzione legislativa, esecutiva e giudiziaria che deve muoversi necessariamente all'interno dei diritti e dei confini garantiti dalla carta costituzionale, elemento completamente impersonale e punto unico e ultimo di giudizio sull'esercizio del potere.
A tal proposito è opportuno ricordare alcune caratteristiche della nostra Costituzione: in primo luogo il fatto che sin dall'art. 1 essa dichiara che “la sovranità appartiene al popolo”; in secondo luogo che attraverso essa sono garantiti tutti i diritti fondamentali dell'uomo “sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” (art. 2) e che è compito della Repubblica “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”
 In sintesi la nostra Costituzione è “l'unico potere veramente sovrano nello Stato”, “garanzia giuridica di libertà come conseguenza del riconoscimento dei diritti fondamentali dell'uomo e non come corollario dell'idea di tolleranza.”1 Quest'ultima affermazione va sottolineata in tutta la sua importanza: al fine del realizzarsi della Costituzione - intesa nella sua duplice veste di fotografia dello Stato impersonale nel suo esistere attuale e di programma di sviluppo nel suo divenire - le istituzioni devono essere riguardate come organi, ossia luoghi di esercizio del potere e non come fonte, origine del potere stesso.
Essa infatti è lo strumento con cui l'Assemblea Costituente intese risolvere il problema di come mettere al riparo la società civile dalla possibilità di abuso di autorità, tanto a tutela del popolo quanto della Carta che riconosce e consacra i diritti fondamentali del primo, senza per questo esserne origine.
Questo grazie al fatto che il nostro, e non solo il nostro, Stato di diritto è il risultato di un lungo processo storico, che vede l'idea di Stato evolversi continuamente all'interno di confini di maggiore o minore libertà, di concezioni storico-politiche che progressivamente ne arricchiscono il significato, cercano di metterla ai margini del progresso socio-politico e che la rendono un'idea portante per la comprensione degli ultimi secoli.
..e questo lo spiegheremo la prossima volte....a presto!

sabato 21 gennaio 2012

Australian Open day 6

Siamo quasi alla fine della prima settimana...e per ora nessuna sorpresa. Avanti tutti e 4 i fab four, ma domani primo ostacolo per Federer: la giovane promessa Tomic, tacciato di essere l'erede di Roger, ha il dovere di dimostrare contro il re degli slam il suo valore!
Che partita sarà?
Davvero un'incognita rispondere, anche perchè il Federer visto contro Karlovic non è apparspo eccezionale, ma si sa che che riesce spesso ad alzare il livello non appena è necessario.
Buona notizia per il tennis italiano: Sara Errani approda agli ottavi di finale. Almeno un buon risultato...
A presto, e come sempre, buon Tennis a tutti!

venerdì 20 gennaio 2012

Lo Stato Parte I


A chiunque sia capitato di partecipare ad un movimento popolare in difesa degli elementi basilari per condurre dignitosamente la propria esistenza e garantire un tale diritto anche ai propri figli, sarà capitato certamente di sentire che il principale artefice di ogni sopraffazione e prepotenza contro il popolo sia lo Stato.
Racconteremo un esempio concreto di questo sentimento, che si espresse in occasione di una manifestazione a Terzigno, nel mese di dicembre 2010. Lì la popolazione lottava – e tuttora lotta – per la chiusura di un’immensa discarica situata a monte di coltivazioni pregiate e falde acquifere che sotterraneamente scendono dal Vesuvio e irrigano tutta la piana che si stende ai piedi del vulcano. Due signore agguerrite, abbottonate nei loro cappotti di lana, portavano uno striscione con l’immagine di un grosso albero di Natale su cui erano appesi diversi sacchetti neri della spazzatura. Sotto, la didascalia laconica: «Ecco i doni che ci fa lo Stato».
Nel sentimento immediato lo Stato rappresenta un ente esterno alla popolazione, articolato in modo incomprensibile, portatore di interessi privati per la cui difesa – ovviamente a danno della popolazione – non esita a dispiegare tutti i suoi potenti mezzi: leggi, istituzioni locali, forze di polizia, manipolazione dell’informazione pubblica. La cittadinanza può difendersi come può: alza barricate e organizza manifestazioni rivendicando l’autogoverno popolare. In ultima analisi è lo Stato il nemico, colui che utilizzando la parvenza formale della democrazia tiene il popolo immerso in uno condizione di sonnolenza in cui lo ricaccia, a suon di bastone, nel caso in cui tenti di alzare la testa. In quest’ottica le istituzioni sono viste come diramazione locale del potere dello Stato, primo anello di corruzione da dover abbattere.
Ma deve essere davvero questo l'obiettivo? In altre parole, è lo Stato il vero nemico?
Queste due semplici domande nascono da una fondamentale esigenza: quando si combatte una battaglia, qualunque essa sia, maggiori sono le informazioni che si hanno sull'avversario, più facile sarà conseguire l'obiettivo finale, e -come scriveva Clausewitz- “la difficoltà di vedere giusto, che costituisce uno dei maggiori attriti in guerra, fa sì che le cose si presentino in modo molto differente da come le si erano immginate”1
Pertanto, è importante, anche da un punto vista pratico, cercare di capire se questo nemico sia davvero lo Stato, in modo da determinare se sia giusto rivendicare e acuire questa distanza che la società civile avverte, o se non sia il caso di mettere in atto strategie che conducano, di contro, a colmarla. Ma un atto di comprensione non può che prendere le mosse da un indagine sulla natura dell'oggetto di dibattito.
L'Italia è ovviamente uno Stato, ma di che tipo?
La nostra organizzazione politica, in vigore ufficialmente dal I gennaio 1948 ci consente di definire la Repubblica Italiana come uno Stato di diritto costituzionale.
Che cosa significa?

giovedì 19 gennaio 2012

Australian Open day 4

Il terzo giorno, ieri, è passato, senza sorprese, Nadal e Federer approdati al terzo turno senza nessun problema, Roger addirituttra senza giocare per ritiro.
Oggi di nuovo nessuna sorpresa, Djokovic e Murray hanno agilmente vinto i loro match faticando alla stregua di un allenamento.
Da segnalare però, in sessione serale, la battaglia tra due veterani come Roddick e Hewitt, vinta da quest'ultimo per ritiro dell'americano. Sono tennisti ammirevoli per la dedizione che ancora, dopo anni di carriera, mettono in campo e in allenamento. Viene da chiedersi se però non sia giunto il momento per loro di appendere la racchetta al chiodo, come già un loro grande compagno di generazione, Marat Safin, ha fatto un anno fa! (Quanto manca Marat sui campi?)
Da vedere infine la perdita di nervi di Nalbandian e l'enorme quantita di racchette spaccate in giornata da Baghdatis!
Stay Tuned, il torneo prosegue!
Buon tennis!

mercoledì 18 gennaio 2012

Ballarò????

Un post breve, per porre una semplice domanda: cosa ne pensate di Ballarò?
Mi spiego ieri sera ho visto per l'ennesima volta questa trasmissione mi sono chiesto...ma esiste per spiegare o per ingarbugliare le idee e gettare fumo negli occhi?
Si ha la sensazione che ogni qual volta un ospite stia finalmente per spiegare qualcosa concretamente, il conduttore interrompa e passi ad altro..mentre gli sproloqui vuoti, privi di contenuto, continuano per minuti, lasciando un profondo senso di insoddisfazione. Per di più, senza voler sostenere il contrario, aleggia uno spirito profondamente negativo. Mi spiego, la situazione è certamente difficile, ma possibile che non ci siano proposte vere da fare senza dover per forza stare ad analizzare, in maniera finta per altro, solo il negativo?
Che sia un caso di fabbrica del consenso?
Ne parleremo presto!

martedì 17 gennaio 2012

Australian Open! day 2!

Day 2 del primo torneo dello Slam senza grosse sorprese!
Djokovic ha demolito il nostro Lorenzi, avanti anche Murray, faticando un po' con il giovane statunitense Harrison, una sicura promessa per il futuro.
Purtroppo da segnalare l'ennesima ecatombe di tennisti italiani, tutti eliminati, tranne Cipolla.
Arrivera il giorno in cui il tennis tricolore potrà gioire per qualcosa di più di una vittoria in Coppa Davis per risalire dalla Serie B?

Liberalizzare Si o No? (parte II)

Fatte le valutazioni del precedente post, occorre porsi un'ulteriore domanda: non è forse che liberalizzare significa semplicemente mettere in vendita il patrimonio dello Stato, quindi nostro, affinchè sia a disposizione del profitto di alcuni privati?
E' certamente vero, che la vendita di alcuni beni/servizi statali consentirebbe di ridurre il famoso debito pubblico che attanaglia il nostro bilancio, ma un bene venduto se da un parte dà denaro fresco alle casse dello Stato, dall'altra resta una risorsa perduta che in seguito non potrà più garantire introiti.
Numerosi studi (cfr, per esempio, Antonio Polichetti, Quo Vadis Italia?, Scuola di Pitagora Editrice, Napoli 2011) rivelano che, in fondo, il debito pubblico potrebbe essere tranquillamente arginato se la gestione del patrimonio statale avvenisse in maniera onesta e accurata. La semplice cessazione di una cattiva, per non dire delinquenziale, gestione della cessione degli appalti pubblici nell'edilizia bloccherebbe un'emorragia di denaro che negli ultimi decenni è stata a dir poco devastante. E cosa dire dello sfruttamento delle cave? Altro settore in cui una corretta legiferazione comporterebbe molto flusso di denaro allo Stato. Quest'ultimo non dovrebbe arrogarsi il compito di gestire nel modo più corretto e proficuo il proprio patrimonio, in modo da trasformarlo in vantaggio per la collettività?
Forse dovrebbe essere questo il compito che il governo tecnico appena insediato dovrebbe porre come prioritario: recuperare una vera e onesta gestione del "pubblico". Non inasprire la tassazione, svendere lo Stato e lasciare che "vizi" ormai instaurati da anni proseguano indisturbati. Lotta all'evasione si, ma molto più importante dovrebbe essere la lotta al malaffare, a chi deruba lo Stato con tangenti e appalti.
Perchè quindi, la priorità alle liberalizzazioni?
Nella prossima puntata, intanto, continuate a rispondere al sondaggio!!

lunedì 16 gennaio 2012

The first Slam of the Year!

Ci siamo!
Oggi sono iniziati ufficialmente gli AUSTRALIAN OPEN, primo torneo dello slam dell'anno. Ai blocchi di partenza i migliori 128 giocatori del mondo, con in testa i cosidetti "fab four": Djokovic, Nadal, Federer e Murray, outsider d'obbligo l'argentino Juan Martin Del Potro!
Nadal e Federer hanno esordito oggi, entrambi vittoriosi, domani tocca a Nole ed Andy!
Il torneo è appena iniziato ed è davvero difficile fare previsioni sul vincitore, per cui proponiamo un sondaggio su chi pensate vincerà gli AO! tra 15 giorni il responso!!

Liberalizzare Si O NO?


Liberalizzare è certamente il verbo più in voga in questi giorni su
tutti canali di comunicazione, televisivi e della carta stampata.
L'imperativo categorico ci viene proposto di continuo, "se l'Italia
vuole uscire dalla crisi è necessario liberalizzare"!
Liberalizzare i trasporti pubblici, i benzinai, gli avvocati, i notai,
le farmacie e così via?
Ma perchè questa operazione dovrebbe tirar fuori il paese dalla crisi?
Liberalizzare un'attività significa inserirla in un sistema di mercato
scevro da qualunque tipo di protezione, renderla aperta a chiunque
voglia intraprenderla, fare si che la sua sopravvivenza, espansione e
i suoi prezzi dipendano esclusivamewnte dalla legge della domanda e
dell'offerta. Un'economia liberalizzata è un economia in cui l'unica
legge del mercato è quello della libera competizione tra le parti,
senza che lo Stato o terzi possano interferire e senza la possibilità,
per nessuno, di detenere un qualsiasi monopolio.
In linea di principio questo dovrebbe favorire sia i consumatori che i
produttori, in quanto il mercato, se lasciato a se stesso, sarebbe in
grado di stabilizzarsi intorno ai prezzi più convenienti per tutte le
parti (produttori, lavoratori salariati e consumatori), secondo la
legge della famosa "mano invisibile descritta da Adam Smith ormai più
di due secoli fa ne La Ricchezza delle Nazioni. Un credo che è stato
fatto proprio da alcune scuole economiche occidentali negli ultimi 40
anni, in particolare quella di Chicago (con alla guida Milton
Friedman), definite appunto neoliberali.
Ma le liberalizzazioni che ci vengono proposte sono davvero on grado
di portare i benefici prospettati?
Per rispondere a questa domanda è necessario, innanzitutto, chiedersi
quale sia la natura dell'attività che verrà "liberalizzata". Questo
attraverso due domande: in primo luogo, l'apertura di questa attività
darà davvero accesso chiunque per poterla svolgere? In secondo luogo,
siamo di fronte ad un esercizio che dovrebbe essere un diritto
garantito dallo Stato o ad una semplice attività economica?
Utilizzare questi due quesiti è fondamentale perchè liberalizzare
attività economiche che resterebbero comunque appannaggio solo di
alcuni  gruppi in grado di affrontare l'investimento economico
iniziale per intraprenderle vuol dire semplicemente dare la
possibilità ai più ricchi e potenti di impadronirsi letteralmente di
un settore di mercato, potendone poi gestire a proprio piacere
variazioni di prezzo e condizioni di servizio, con un risultato,
quindi, molto distante dal principio economico della mano invisibile
sopra esposto.
Oltretutto, ricordiamoci, che viviamo in uno Stato di diritto ,
costituzionale, che ha il dovere di garantire alcuni servizi e diritti
ai cittadini. Gli Italiani pagano sempre più tasse, possibile che
queste non siano utilizzate per garantire questi ultimi?
Ancora, non si rischia in questo modo di trasferire attività che
potrebbero arricchire il paese, e quindi tutti noi, nelle mani di
privati he ne trarrebbero solo vantaggio personale?
Invitandovi a riflettere su queste domande, e a proporre idee, vi
suggeriamo di rispondere al sondaggio qui di fianco...Siete a favore o
contro le liberalizzazioni.
Nel prossimo post approfondiremo ulteriormente l'argomento,
smascherandone nuovi particolari