martedì 31 gennaio 2012

Dal Blog di un amico!

Il Paesaggio: rappresentazione visibile e materiale della patria!

Il nubifragio che si è abbattuto in Liguria e nell’alta Toscana non è stato il vero motivo di tanti morti, tanti dispersi e tanti danni. Sappiamo tutti, e lo sapevamo da tempo, che il Paese intero è a rischio. Sono anni che cadono nel vuoto dati allarmanti in merito a questa situazione: il 70% dei Comuni della Penisola è interessato da fenomeni di dissesto idrogeologico. In Liguria, poi, non c'è un angolo che non sia a rischio idrogeologico. Il 98% dei Comuni presenta un'elevata criticità idrogeologica. La provincia di La Spezia, colpita da un’alluvione e conseguenti distruzioni il 25 ottobre scorso, capeggia questa amara classifica con il 100%[1].
Come ha scritto Pietro Greco, ogni anno, in media, in Italia si verificano ben 1.200 frane e 100 inondazioni rilevanti. Per questo ogni anno muoiono decine di persone: circa sei ogni mese, in media, nell’ultimo secolo e mezzo. Dal 1853 al 2003, secondo i calcoli della Federazione italiana di scienze della Terra, il dissesto idrogeologico si è portato via oltre 11.000 vite: 4.000 per il tramite di inondazioni e 7.000 per frane. Si calcola che dal dopoguerra a oggi le sole frane abbiano causato danni per oltre 50 miliardi di euro. In media 800 milioni l’anno, saliti negli ultimi lustri ad 1,2 miliardi l’anno[2].
Tutto questo mentre le risorse contro il dissesto idrogeologico sono state ridotte dell’84,8% dal 2008 al 2012. Per la riduzione dei rischi, in verità, era stato previsto uno stanziamento straordinario di 2 miliardi di euro per i piani regionali, ma nessuna opera è stata avviata perché non sembra esserci alcuna volontà politica e amministrativa diretta a difendere e curare il territorio per prevenire le tragedie che sono sotto gli occhi di tutti; al contrario, per il Piano casa, che ha visto impegnati alacremente gli amministratori di tutte le regioni che lo hanno approvato, si prevede un’ulteriore, irresponsabile e criminale cementificazione del territorio di 480-500 chilometri quadrati[3].
Questi disastri, come ha giustamente scritto Piero Bevilacqua, hanno più di una causa: da una parte vi è, infatti, un graduale e costante abbandono dell'agricoltura da parte dei piccoli coltivatori che non ce la fanno a reggere i bassi prezzi con cui viene remunerata la loro impresa. Un fenomeno, questo, “a cui gli economisti agrari di solito plaudono, perché il modello competitivo – nel pensiero economico astratto - è naturalmente la grande azienda, senza alcuna considerazione di ciò che accade al territorio” che generalmente viene lasciato in una stato di incuria delittuoso. D’altra parte a tale fenomeno si è aggiunto “un sempre più largo uso edificatorio del suolo. Il cemento ha preso il posto degli ulivi o degli alberi da frutto”[4]. Per decenni si è perpetrato il massacro del paesaggio con furia da “accumulazione originaria” di marxiana memoria.
Tutto questo senza contare che più che ad una seria opera di manutenzione del territorio e di prevenzione del rischio idrogeologico si cerca sempre di concentrare la spesa pubblica in favore delle solite, infinite e troppo spesso inutili, incompiute se non addirittura dannose “grandi opere” (basterebbe l’esempio del colossale disastro ambientale avvenuto nel Mugello per la Tav Firenze-Bologna per intendersi rapidamente). E, naturalmente, in favore dei general contractors che, tramite una legislazione distorta in materia di lavori pubblici, da decenni hanno intascato centinaia di miliardi di euro - anche dividendoli, attraverso appalti e subappalti, con ditte prestanome delle organizzazioni criminali che dalla ricostruzione del dopo terremoto in Irpinia in poi sono diventate vere e proprie potenze finanziarie in grado di influenzare l’economia – creando un debito pubblico stratosferico e tra i più gravosi al mondo. Va tenuto anche conto del fatto che, come scrive ancora Bevilacqua, le grandi opere sono il frutto recente di un modo di procedere del capitale finanziario, in concerto con poteri pubblici deviati, per costruire infrastrutture – di più o meno provata utilità collettiva – e in genere contro la volontà delle popolazioni che vivono nei luoghi interessati. Senza dire, continua Bevilacqua, che il nostro è un territorio delicato, che mal sopporta il gigantismo delle costruzioni fuori misura.
Come sostengono nelle loro battaglie civili Salvatore Settis e Paolo Berdini, la tutela dell’ambiente è un pilastro della nostra Costituzione, ma il vero problema è che coloro che amministrano le città e il territorio, come i nostri governi, troppo spesso rispondono ad interessi particolari che nulla hanno a che vedere con il bene pubblico e, nel nostro caso, hanno in mente solo cemento, asfalto e una grigia desolazione che invade città e campagne e si diffonde sull’intero territorio nazionale. Tutto questo a danno non solo dell’erario pubblico, visti i gravosi e costanti impegni per stimolare il settore dell’edilizia, ma di un bene reale quale il profilo ambientale, paesaggistico ed artistico italiano, unico al mondo. Tutti i giorni abbiamo la prova di un’insensibilità culturale e costituzionale testimoniata da un paesaggio sconciato, dalla devastazione di luoghi storici e pregiati dal punto di vista paesaggistico.
Che il panorama sin qui descritto stia, forse, a rappresentare la situazione di decadimento, degrado e sfascio culturale, urbanistico, politico, economico e antropologico in cui versa il Paese? Davvero ha prevalso un’educazione, un paradigma culturale, come aveva intravisto Pier Paolo Pasolini nel 1975, in cui tutti sono pronti al gioco al massacro pur di avere, in cui l’educazione ricevuta è stata avere, possedere, distruggere?[5]
Come ha detto l’architetto e urbanista Ryckwert, la città è una forma simbolica che rispecchia la visione del mondo dei suoi abitanti. Era vero per le città antiche, è vero per le metropoli moderne. La differenza è che quelle contemporanee sono ormai l’immagine spaziale della speculazione immobiliare: la finanza tradotta in edilizia con città tutte uguali e sempre più noiose, disegnate da un’architettura che non solo non è più a misura d’uomo, ma che nega la misura dell’uomo. Le antiche città erano fatte di differenze che coabitavano nel medesimo spazio: l’idea della compresenza delle differenze era un fondamento dell’urbanitas. Nelle nostre città, invece, la convivenza è decisamente in crisi: al posto dei luoghi comuni, pubblici, ci sono tanti quartieri-recinto – troppo spesso costruiti dove non si potrebbe, scollegati e senza servizi – in cui si vive blindati. Gli stessi centri commerciali sono delle fortezze circondate da enormi parcheggi che fanno da fossato.
Il futuro della città, ricorda Ryckwert, sta in quei movimenti che cercano di ristabilire un legame fra gli uomini, l’ambiente e l’agricoltura locale. È necessario declinare al futuro quella dialettica tra città e natura tipica dell’antichità per ridare vita, misura e cuore alle nostre città.

Grazie ad Antonio Polichetti!

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