venerdì 10 febbraio 2012

Crisi VII


l timore della paventata 'caduta' nel baratro del dissesto finanziario, ha giustificato e causato la sostituzione del precedente esecutivo con un 
Governo definito 'tecnico' e una generale accettazione, quasi rassegnata, da parte dell'opinione pubblica, delle misure che questo prenderà per rispondere alla crisi. Misure che, di nuovo in maniera inquietante, paiono poter essere sintetizzate nello stesso programma che Milton Friedman prescrisse a Pinochet per il Cile e che Naomi Klein spiega così: “privatizzazione, deregulation e tagli alla spesa sociale – la trinità neoliberista.”1
Il fatto stesso che il nostro Paese, all'ultimo G20, sia stato posto sotto monitoraggio da parte del Fondo Monetario Internazionale appare essere un ulteriore segnale della Sua caduta nelle mani della finanza e conferma degli obiettivi che quest'ultima persegue.
Chomsky conferma quest'assunto ed, in base alle sue ricerche, giunge ad affermare che: “l'FMI è un fattore di cui tenere conto; quando un paese fa bancarotta, il Fondo lo rifinanzia; tuttavia il denaro che manda non è destinato ai bisognosi ma agli investitori, alle istituzioni creditrici e alle banche. […] ...più l'investimento è a rischio, più è redditizio: rischio e guadagno vanno di pari passo. Non si fanno molti soldi in borsa se si cerca la sicurezza. In linea di principio se un investimento è incerto, ci si limita a puntare piccole somme, ma il Fondo Monetario ha cambiato le carte in tavola.”2
E ancora egli aggiunge:
Se nel corso degli anni '80 le economie dell'Europa Orientale erano in una fase di ristagno o di declino, la loro caduta libera iniziò solo dopo che esse nel 1989, finita la guerra fredda, adottarono il regime del Fondo Monetario Internazionale. Nel quarto trimestre del 1990, per esempio, la produzione industriale della Bulgaria (prima costante) ebbe un calo del 17%, l'ungherese del 12%, la polacca più del 23%, la rumena del 30%.3
L'Italia non è fallita, ma è indubbio che la sua economia stia vivendo una stagine in cui a fasi di stagnazione ne seguono altre di vera recessione; l'idea che qualcuno stia facendo grossi guadagni in questo meccanismo non appare, alla luce di quanto sopra esposto, così infondata; l'entrata in scena del Fondo Monetario, secondo quanto argomentato, pare esserne conferma e motivo di ulteriore timore per il Paese.
La breve disamina condotta fin qui induce a credere che, con tutta probabilità, una vera risposta alla crisi non risieda negli ennesimi correttivi suggeriti e approvati dalla politica in materia di leggi economiche, in quanto, come è stato più volte ripetuto, queste misure non appaiono essere altro che un modo per alimentare un sistema che è configurato esattamente per funzionare in questa direzione, con delle cadute cicliche in grado di garantire enormi profitti a tutte quelle “entità private che concentrano immensi poteri, legate reciprocamente da alleanze strategiche, e che dipendono da Stati potenti per socializzare rischi e costi.”4
1Ivi, p. 92
2N. Chomsky, Due ore di lucidità, Baldini Castoldi Dalai editore, Milano 2003, p. 68
3N. Chomsky, Anno 501, p. 112
4N. Chomsky, Due ore di lucidità, pp. 65-66

giovedì 9 febbraio 2012

Crisi VI


L'Italia rispecchia perfettamente questo quadro: per tacere di altro, basti pensare al progressivo scardinamento del sistema della contrattazione collettiva, culminato nelle note e recenti vicende Fiat, alla precarizzazione del rapporto di lavoro individuale, al sempre crescente tasso di disoccupazione ed inoccupazione, alla pressione fiscale in costante aumento, al perdurante inno al sacrificio, che da ogni dove proviene, in nome del 'nostro salvataggio' dalla crisi.
Le parole di Chomsky trovano ulteriore sviluppo in uno studio molto più recente Shock Economy1 di Naomi Klein, il cui assunto fondamentale è che non solo le crisi sono necessarie per la perpetuazione del sistema, ma sono anche l'unico strumento tramite cui i governi possono indurre le popolazioni ad accettare continue privazioni senza per questo delegittimarsi ai loro occhi.
L'Autrice muove il proprio ragionamento dall'analisi della situazione politico – economica del Cile nel 1971, con l'avvento al potere di Pinochet e l'applicazione da parte di quest'ultimo delle teorie economiche della scuola di Chicago e del suo guru, Milton Friedman.
Se astraiamo dal contesto storico in cui l'Autrice statunitense si muove, potremo notare inquietanti similitudini con la nostra realtà attuale.
Scrive la Klein:
La teoria della shockterapia economica si fonda in parte sul ruolo delle aspettative nell'alimentare un processo inflazionario. Frenare l'inflazione richiede non solo di mutare la politica monetaria, ma anche di cambiare il comportamento dei consumatori, dei datori di lavoro e dei dipendenti. Un mutamento di politica improvviso e inaspettato altera rapidamente le aspettative, segnalando all'opinione pubblica che le regole del gioco sono profondamente mutate: né i prezzi né i salari continueranno a salire. Secondo questa teoria, più in fretta si abbassano le aspettative riguardo all'inflazione, e più breve sarà il periodo doloroso di recessione e alta disoccupazione. Tuttavia, soprattutto in quei Paesi nei quali la classe politica ha perso credibilità, si suppone che solo uno shock enorme e radicale abbia il potere di “insegnare” all'opinione pubblica queste amare lezioni. Provocare una recessione o una depressione è un'idea brutale, in quanto crea inevitabilmente una povertà di massa, ed è per questo che nessun leader politico sembra disposto a mettere in atto la teoria.*2
Non può sfuggire come quest'analisi ci riporti immediatamente agli ultimi eventi politici del nostro Paese.
Pur tralasciando ogni considerazione sulle capacità del Governo appena destituito, infatti, il mondo finanziario appare come il primo e vero responsabile dell'accelerazione degli ultimi mesi verso la recessione e del conclamato rischio di fallimento dello Stato italiano.
1N. Klein, Shock Economy, BUR Rizzoli, Milano 2007
2Ivi, pp. 97-98 * Il corsivo è mio

mercoledì 8 febbraio 2012

Crisi V


Nel testo la parola 'crisi' ha essenzialmente caratterizzazione negativa: con essa, infatti, si intende un eccesso di zelo da parte delle popolazioni delle democrazie occidentali nell'interessarsi alla politica e agli affari dei rispettivi Stati. Per limitare questo fenomeno, a parere di Chomsky, sono state pensate e poste in atto tutta una serie di azioni politiche atte a rendere le popolazioni semplici strumenti dei 'poteri forti' del mondo. Le misure economiche, le invasioni militari in Vietnam, America Latina e Medio Oriente, la propaganda in Europa Occidentale, furono, secondo Chomsky, tutti strumenti con un unico fine: garantire la penetrazione economica delle multinazionali, statunitensi e non, e un mondo subordinato alle loro esigenze. In sostanza, Chomsky vede la politica come lo strumento che il mondo finanziario ha avuto in mano negli ultimi quarant'anni per garantire i suoi interessi. Leggiamo, ad esempio, questo passo:
In questi anni l'economia mondiale non è più tornata ai ritmi di crescita dell'era Bretton Woods, mentre il declino del Sud, accelerato dalle dottrine economiche neo liberiste dettate dai padroni del mondo, è stato particolarmente marcato in Africa e nell'America Latina, dove si è accompagnato al crescente terrore di stato. […] Come abbiamo visto, anche le ricche società industriali stanno assumendo alcuni aspetti del Terzo Mondo con le loro isole di ricchezza e privilegio in un crescente mare di povertà e disperazione. Ciò è particolarmente vero negli Stati Uniti ed in gran Bretagna, dopo le cure di Reagan e della Tatcher. L'Europa continentale però è sulla stessa strada, malgrado vi sia ancora un certo potere contrattuale dei lavoratori e resista una sorta di patto sociale; […] Inoltre il collasso dell'impero sovietico offre nuove possibilità di tracciare una divisione Nord-Sud anche all'interno delle società più ricche. […] Il capitale si muove facilmente, ma le persone non possono, o viene loro impedito di farlo da chi plaude sì alle dottrine di A. Smith, ma solo quando sono a suo vantaggio.[...] Nelle condizioni attuali di organizzazione della società e di concentrazione del potere, è poco verosimile che il libero scambio aumenti il benessere generale, come potrebbe fare in una diversa struttura sociale. Coloro che si dichiarano seguaci di A. Smith si guardano bene dal seguire alla lettera le Sue parole: i principi del liberismo economico potrebbero avere degli effetti positivi se venissero applicati rispettando i diritti umani fondamentali. Quando sono modellati invece dalla “selvaggia ingiustizia degli europei” e dall'obbedienza cieca alla spregevole regola, possono solamente favorire gli architetti di quelle politiche e di pochi altri.”1
Chomsky scrive queste parole nel 1993, eppure esse potrebbero appartenere ad un qualunque editoriale degli ultimi giorni.
L'unico cambiamento che purtroppo ravvisiamo da allora è l'ulteriore perdita del potere contrattuale dei lavoratori e la sensazione che il patto sociale di cui egli parla, oggi, sia stato completamente travolto dai bisogni finanziari.
1N. Chomsy, Anno 501, La conquista continua, Gamberetti editrice, Milano 1993, pp. 83-84, 85-86

martedì 7 febbraio 2012

Crisi IV


Pertanto, la domanda corretta da porsi potrebbe non essere quella che comunemente viene formulata: “lo Stato deve intervenire?”, quanto piuttosto: “che genere di intervento è politicamente necessario?”,.

A tal proposito infatti Zizek precisa: “il dibattito sul piano di salvataggio è precisamente vera politica, nella misura in cui ha a che vedere con decisioni riguardanti le caratteristiche fondamentali della nostra vita sociale ed economica, e nel processo mobilita persino i fantasmi della lotta di classe. […]”
Conclude l'Autore: “Invece di uno sfogo impotente, dovremmo controllare la nostra furia e trasformarla in una fredda determinazione a pensare, a riflettere in modo radicale e chiedere che genere di società è quella che rende possibile un ricatto di questo tipo.

Zizek scrive tutto questo nel 2009, cioè a ridosso di quella che ormai possiamo definire la penultima delle crisi cicliche del capitalismo finanziario, crisi asseritamente risolta, negli Stati Uniti e non solo, al prezzo di un enorme intervento statale a sostegno delle banche, a sua volta finanziato tramite tagli alla spesa pubblica destinata al welfare, abbassamenti dei salari e maggiori imposizioni fiscali.
In altre parole un intervento di salvataggio a favore dei c.d. poteri forti (Wall Street) incentrato sulla classica richiesta di 'sacrifici' alle classi lavoratrici (Main Street).
La teoria politica del filosofo di Lubiana è quindi fondata, ed anzi è ulteriormente rafforzata dalla corrispondenza di tale filone di pensiero alle risultanze di studi svolti da altri filosofi per svariati decenni.
Se Zizek giunge alle sue conclusioni attraverso un ragionamento logico basato sulla contemporaneità, Noam Chomsky arricchisce quest'analisi con dati concreti ormai da circa quarant'anni.
Nella sua opera, il linguista docente del MIT descrive infatti un percorso economico cominciato, a suo avviso, nel 1970, destinato ad impoverire progressivamente le classi lavoratrici, a togliere loro potere d'acquisto e diritti in favore di una ristretta élite costituita dagli uomini più ricchi del mondo occidentale, in particolare statunitensi.
Questa élite, che Chomsky definisce il “senato virtuale” del mondo, si garantirebbe la possibilità di governare il pianeta nascondendosi dietro il paravento dei governi politici ufficiali, proprio attraverso il modello economico descritto da Zizek delle c.d. crisi necessarie.
Una delle prove ricorrenti che Chomsky porta a sostegno di questa tesi è il documento fondativo della Trilateral Commission, intitolato La Crisi della Democrazia, redatto da Samuel P. Huntington con prefazione di Z. Brzezinski, pubblicato nel 1973.

lunedì 6 febbraio 2012

Crisi III


Dati tali presupposti, la necessitata conseguenza che ne trae l'Autore è che simili “crisi” siano inevitabili, che esse siano parte integrante del sistema e che addirittura possano esserne uno strumento stesso.

venerdì 3 febbraio 2012

Sulla crisi e liberalizzazioni II



Quest'analisi esplicita le ragioni finanziarie della scarsissima efficacia dei provvedimenti adottati dal Governo italiano nell'invertire l'andamento dei mercati e, più in generale, le cause che impediscono al Sistema Europa di mettersi al riparo dagli attacchi del mondo delle borse.
Essa, però, è quella che potremmo definire una risposta endemica, ossia una soluzione che trae origine dalla materia stessa che si sta studiando. L'economia che risponde all'economia.
Sebbene questo non possa considerarsi certamente errato e sia anzi, per altro verso, la strada più intuitiva per far fronte alla crisi, scorrendo i quotidiani possiamo ciò nonostante renderci conto di come le ricette economiche, proposte come soluzioni, possano invece tra loro essere differenti, variegate e calibrate su prospettive discordanti.
Siamo dunque di fronte al problema che già nel 2009 Slavoj Zizek ha presentato come centrale nella sua opera Dalla tragedia alla farsa – Ideologia della crisi e superamento del capitalismo.


Egli, infatti, in relazione alla crisi economico finanziaria del 2008 scriveva:

I mercati sono effettivamente basati sulla fede (persino la fede nella fede degli altri), così quando i media sono preoccupati “rispetto al modo in cui il mercato reagirà” al piano di salvataggio, si tratta non solo della questione delle sue reali conseguenze, ma anche della fede dei mercati nell'efficacia del piano. Questo è il motivo per cui il piano di salvataggio potrebbe funzionare, anche se economicamente sbagliato.


Quello che ci sta dicendo il filosofo in queste poche righe è molto importante: egli sottolinea, infatti, che, in fondo, il problema non è trovare misure economiche realmente efficaci, ma trovare quelle che in base alla 'fede', o potremmo meglio dire in base al 'gradimento dei mercati', risultino essere preferibili per una ripresa degli scambi finanziari.
Parafrasando un paradosso di Zizek, ciò che conta non è una risposta scientificamente corretta per un rilancio del mondo economico reale ma soltanto una risposta che sia buona per Wall Street, perchè “ciò che è buono per Wall Street non è necessariamente buono per Main Street, ma Main Street non può prosperare se Wall Street si sente male.
In sintesi, Zizek rileva l'assenza di un legame sostanziale tra tutto ciò che viene continuamente proposto come “medicina della crisi” e un buon risultato della “cura”.
L'Autore trova poi riscontro al proprio assunto attraverso alcune constatazioni di carattere “storico”.
La prima di esse è che ciclicamente il sistema capitalista-finanziario cade in queste “crisi”; la seconda è che, tra le diverse soluzioni che il mondo politico potrebbe elaborare per sciogliere queste crisi, si privilegiano sempre quelle che trovano riscontro positivo nei mercati ed impongono costi sempre crescenti alla popolazione.


giovedì 2 febbraio 2012

Sulla crisi e le liberalizzazioni!


La crisi del debito pubblico italiano è stata certamente uno degli argomenti principali di cui i mezzi di informazione si sono occupati nelle ultime settimane.
Esplosa a livello finanziario alla metà di agosto 2011, con i mercati che progressivamente hanno sfiduciato i titoli di Stato, essa ha costretto il Governo italiano a correggere le proprie misure economiche, così come prospettate nel mese di luglio 2011, per il tramite di una manovra finanziaria, approvata nei primi giorni di settembre 2011, che ha appesantito ulteriormente la pressione fiscale sulla popolazione.
Il problema del debito pubblico dello Stato italiano non ha comunque per questo cessato di esistere; i mercati stessi non sembrano aver accolto positivamente le misure adottate e il rischio del fallimento per l’Italia è stato più volte paventato dai mezzi di comunicazione, sia televisivi che di carta stampata.
Tutto questo ha condotto persino ad un cambiamento dei vertici politici del nostro Paese, con la nomina a Presidente del Consiglio di Mario Monti, il cui compito sarà quello di individuare ed attuare ulteriori provvedimenti in grado di risollevare lo Stato.
Ma la prospettiva 'fallimento' può davvero divenire una realtà concreta per il nostro Paese?
E quali sono le ragioni per cui i mercati non hanno accolto favorevolmente la manovra economica dell'estate 2011?
Per quale motivo le agenzie di rating, come Standard & Poors e Moodys, hanno declassato il nostro Paese?
Per rispondere a queste domande ci siamo rivolti ad un operatore finanziario italiano che lavora con soddisfazione nella city di Londra.
Per motivi di compliance non possiamo citare il suo nome, ma sia sufficiente sapere che le risposte arrivano da un giovane italiano che già da qualche anno ha lasciato il nostro Paese (per la ben nota mancanza di opportunità lavorative), dopo aver brillantemente conseguito la laurea in Economia dei mercati internazionali all’Università Bocconi di Milano.
Questa la sua analisi sulla situazione italiana ed europea:
Recentemente Moodys ha declassato l'Italia di tre punti, sottolineando che le aspettative di crescita globale e soprattutto europea avrebbero avuto ovvie ripercussioni sulla domanda estera di beni italiani.
Le misure di austerity senza le riforme opportune hanno un effetto nullo sulla crescita. Questi fattori hanno portato a giugno a rivedere le previsioni di crescita sul nostro Paese portandole a 0.5%, dall’ 1% previsto per il 2012.
Nel medio termine le stime di crescita sono rimaste invariate a causa della mancanza di riforme strutturali. Le condizioni di funding negli ultimi mesi sono deteriorate a causa dell'aggravarsi della crisi del debito sovrano che e' partita dai cosiddetti PIGS (Portogallo, Irlanda,Grecia e Spagna) ed ha contagiato anche l'Italia.
Questo ha portato al peggioramento delle condizioni di funding non solo del nostro Paese ma anche della Francia: questo a beneficio dei tassi di interesse tedeschi che hanno raggiunto il loro minimo storico grazie al cosiddetto “flight to quality”.
Nonostante l'allargamento degli spread, l'effetto sul costo del debito italiano, però, non e' molto elevato. Quello che pesa realmente, al contrario, e' senza dubbio l'effetto sul funding delle banche, sulla cessione del credito alle aziende e ai privati, e l'effetto sulla crescita.
Il Governo italiano ha comunque messo in piedi delle misure credibili che prevedono il pareggio di bilancio nei prossimi anni, ma non ha aiutato il continuo cambio di marcia nelle decisioni delle misure da intraprendere.
Se confrontiamo l'Italia con gli altri stati dell'Unione Europea notiamo che nonostante essa abbia un debito pubblico tra i più alti del mondo, sia in termini assoluti (1.843.015.000.000), sia in termini relativi sul pil (119%), la sua situazione è migliore di quella di tanti altri Stati: questo perché ha un deficit pubblico basso ed e' in linea con il target del 3.9% previsto per il 2011. Inoltre, se si prende in considerazione anche la componente privata del debito, l'Italia si trova in una posizione privilegiata grazie ad un indebitamento molto basso sul comparto privato e ad un elevato tasso di risparmio che viene riversato principalmente nel suo debito pubblico.
A mio avviso una soluzione della crisi in Italia non può prescindere dall'area euro. Il male e' a monte ed e' nelle fondamenta dell'unione monetaria. Mi spiego: un'unione monetaria non può esistere se non e' accompagnata da un’unità fiscale e di budget. I padri fondatori dell'euro sapevano fin dall'inizio che l'unione monetaria sarebbe stata solo una prima fase di un processo che avrebbe portato poi all'unificazione fiscale e infine, perché no, politica. Al momento ci sono due tipi di economie completamente diverse all'interno di un unico sistema monetario. Da un punto di vista macroeconomico questo e' impossibile. C'è bisogno di un coordinamento al livello politico affinché si arrivi alla fase numero due, ossia all'unione fiscale. Ma come si fa a spiegare a un tedesco che deve pagare più tasse per aiutare uno o più paesi in difficoltà ? Per un politico significherebbe perdere le elezioni. E' difficile spiegare ai tedeschi che se le loro esportazioni sono cresciute a razzo negli ultimi dieci anni e' stato grazie alla moneta unica che ha permesso loro di vendere a prezzi molto più competitivi. La Germania, ad esempio, è davvero come un uomo che e' seduto su una barca che sta affondando e non vuole aiutare gli altri a riversare l’acqua dalla barca in mare per non bagnarsi le scarpe. Non comprende che se la barca affonda, affonda anche lui!

Continua....

mercoledì 1 febbraio 2012

MA BALLARO'? (2)

Avevo già parlato di questa trasmissione, ma credo meriti qualche altra riga. Perchè?
Semplicemente perchè ad un'attenta osservazione dà davvero la sensazione di essere una perfetta trasmissione confezionata non per fare informazione, ma per indottrinare il pubblico. Compito del "buon" Floris, degli ospiti, del sondaggista e dello staff sembra, infatti, quello di doverci far digerire tutto ciò che in questo momento politico viene deciso "sulla nostra pelle" e farcelo accettare. Attraverso analisi e servizi, anche strappalacrime, la risposta del programma, mascherata da informazione, pare essere questa: "le cose stanno così, per cui dobbiamo accettare ogni decisione con la testa china".
La mascherata pare decisamente ben architettata anche attraverso l'ìnvito di ospiti, quali ad esempio l'economista Fitoussi ieri sera, che avrebbero anche cose interessanti da dire, ma nel momento in cui sconfinano verso ciò che sarebbe una real descrizione dei problemi e una reale soluzione vengono interrotti, risate in studio e pronto un altro argomento.
Concludono poi i sondaggi, con domande in primo luogo, e statistiche in secondo, alquanto discutibili e dubbie. L'unico dato degno di commento, il crescente astensionismo della popolazione, segnalato si, ma certo non degno di un dibattito o di un interrogativo in più per i politicanti presenti in sala. Certo non possiamo chiamarli politici. Intanto Floris ride...e nel vento pare di sentire suonare.."l'Italia assasinata dai giornali...e dal cemento...."
A presto!