La crisi del debito pubblico italiano è stata certamente uno degli argomenti principali di cui i mezzi di informazione si sono occupati nelle ultime settimane.
Esplosa a livello finanziario alla metà di agosto 2011, con i mercati che progressivamente hanno sfiduciato i titoli di Stato, essa ha costretto il Governo italiano a correggere le proprie misure economiche, così come prospettate nel mese di luglio 2011, per il tramite di una manovra finanziaria, approvata nei primi giorni di settembre 2011, che ha appesantito ulteriormente la pressione fiscale sulla popolazione.
Il problema del debito pubblico dello Stato italiano non ha comunque per questo cessato di esistere; i mercati stessi non sembrano aver accolto positivamente le misure adottate e il rischio del fallimento per l’Italia è stato più volte paventato dai mezzi di comunicazione, sia televisivi che di carta stampata.
Tutto questo ha condotto persino ad un cambiamento dei vertici politici del nostro Paese, con la nomina a Presidente del Consiglio di Mario Monti, il cui compito sarà quello di individuare ed attuare ulteriori provvedimenti in grado di risollevare lo Stato.
Ma la prospettiva 'fallimento' può davvero divenire una realtà concreta per il nostro Paese?
E quali sono le ragioni per cui i mercati non hanno accolto favorevolmente la manovra economica dell'estate 2011?
Per quale motivo le agenzie di rating, come Standard & Poors e Moodys, hanno declassato il nostro Paese?
Per rispondere a queste domande ci siamo rivolti ad un operatore finanziario italiano che lavora con soddisfazione nella city di Londra.
Per motivi di compliance non possiamo citare il suo nome, ma sia sufficiente sapere che le risposte arrivano da un giovane italiano che già da qualche anno ha lasciato il nostro Paese (per la ben nota mancanza di opportunità lavorative), dopo aver brillantemente conseguito la laurea in Economia dei mercati internazionali all’Università Bocconi di Milano.
Questa la sua analisi sulla situazione italiana ed europea:
“Recentemente Moodys ha declassato l'Italia di tre punti, sottolineando che le aspettative di crescita globale e soprattutto europea avrebbero avuto ovvie ripercussioni sulla domanda estera di beni italiani.
Le misure di austerity senza le riforme opportune hanno un effetto nullo sulla crescita. Questi fattori hanno portato a giugno a rivedere le previsioni di crescita sul nostro Paese portandole a 0.5%, dall’ 1% previsto per il 2012.
Nel medio termine le stime di crescita sono rimaste invariate a causa della mancanza di riforme strutturali. Le condizioni di funding negli ultimi mesi sono deteriorate a causa dell'aggravarsi della crisi del debito sovrano che e' partita dai cosiddetti PIGS (Portogallo, Irlanda,Grecia e Spagna) ed ha contagiato anche l'Italia.
Questo ha portato al peggioramento delle condizioni di funding non solo del nostro Paese ma anche della Francia: questo a beneficio dei tassi di interesse tedeschi che hanno raggiunto il loro minimo storico grazie al cosiddetto “flight to quality”.
Nonostante l'allargamento degli spread, l'effetto sul costo del debito italiano, però, non e' molto elevato. Quello che pesa realmente, al contrario, e' senza dubbio l'effetto sul funding delle banche, sulla cessione del credito alle aziende e ai privati, e l'effetto sulla crescita.
Il Governo italiano ha comunque messo in piedi delle misure credibili che prevedono il pareggio di bilancio nei prossimi anni, ma non ha aiutato il continuo cambio di marcia nelle decisioni delle misure da intraprendere.
Se confrontiamo l'Italia con gli altri stati dell'Unione Europea notiamo che nonostante essa abbia un debito pubblico tra i più alti del mondo, sia in termini assoluti (1.843.015.000.000), sia in termini relativi sul pil (119%), la sua situazione è migliore di quella di tanti altri Stati: questo perché ha un deficit pubblico basso ed e' in linea con il target del 3.9% previsto per il 2011. Inoltre, se si prende in considerazione anche la componente privata del debito, l'Italia si trova in una posizione privilegiata grazie ad un indebitamento molto basso sul comparto privato e ad un elevato tasso di risparmio che viene riversato principalmente nel suo debito pubblico.
A mio avviso una soluzione della crisi in Italia non può prescindere dall'area euro. Il male e' a monte ed e' nelle fondamenta dell'unione monetaria. Mi spiego: un'unione monetaria non può esistere se non e' accompagnata da un’unità fiscale e di budget. I padri fondatori dell'euro sapevano fin dall'inizio che l'unione monetaria sarebbe stata solo una prima fase di un processo che avrebbe portato poi all'unificazione fiscale e infine, perché no, politica. Al momento ci sono due tipi di economie completamente diverse all'interno di un unico sistema monetario. Da un punto di vista macroeconomico questo e' impossibile. C'è bisogno di un coordinamento al livello politico affinché si arrivi alla fase numero due, ossia all'unione fiscale. Ma come si fa a spiegare a un tedesco che deve pagare più tasse per aiutare uno o più paesi in difficoltà ? Per un politico significherebbe perdere le elezioni. E' difficile spiegare ai tedeschi che se le loro esportazioni sono cresciute a razzo negli ultimi dieci anni e' stato grazie alla moneta unica che ha permesso loro di vendere a prezzi molto più competitivi. La Germania, ad esempio, è davvero come un uomo che e' seduto su una barca che sta affondando e non vuole aiutare gli altri a riversare l’acqua dalla barca in mare per non bagnarsi le scarpe. Non comprende che se la barca affonda, affonda anche lui!
Continua....
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