mercoledì 25 gennaio 2012

Lo Stato (IV)


l problema trova soluzione attraverso due livelli di analisi: il primo è relativo al meccanismo di funzionamento reale dello Stato, il secondo si rivolge, al contrario, ad un tratto culturale della popolazione, frutto, anch'esso, di un'eredità storica.
Per quanto concerne il primo punto, se, infatti, a livello teorico la spersonalizzazione del potere mette al riparo lo Stato da ogni possibilità di abuso, a livello pratico, come rileva perfettamente ancora Portinaro, si crea uno iato tra la Costituzione e il meccanismo del potere reale che resta, se non considerato, a disposizione di tutta una serie di sottopoteri, primo fra essi quello economico, in grado di inserirsi in questo spazio e condizionare, attraverso il proliferare di organi tecnici di previsione, supervisione e controllo e la liberalizzazione dei mercati, la macchina di funzionamento statale.1 In questo senso l'autore afferma che la “divisione dei poteri è diventata autonomia dei sottosistemi”.2
Se Portinaro, però, tratta questo tema come ipotesi molto plausibile senza affrontarlo in modo più, approfondito a causa del fatto che il suo studio è indirizzato verso altri obiettivi (ossia tracciare un'evoluzione storico -.teorica dell'idea Stato), c'è un autore in particolare che dimostra nel concreto l'ipotesi, Noam Chomsky.
Come noto, il linguista statunitense ha al Suo attivo decine di testi dedicati a dimostrare nel concreto come esistano dei sottosistemi di potere in grado di impadronirsi delle istituzioni statali a proprio uso e consumo.
Ecco come egli descrive questo meccanismo:
“I centri di potere risiedono nei paesi più ricchi in cui formano una vasta rete. Gli Stati più potenti – il G8 o il G3, se si preferisce, le grandi multinazionali, le banche e le istituzioni internazionali sono tutte legate da alleanze e interessi comuni. Si può dire che che la maggior parte delle economie sono o tendono a diventare oligopolistiche: un piccolo gruppo di enti estremamente potenti e tirannici dominano alcuni settori, mentre dipendono da Stati che al contempo dominano.[...] Molte delle decisioni politiche importanti sono consistite nel trsferire il potere dal settore pubblico a quello privato. Ma le multinazionali hanno bisogno di uno Stato potente che le protegga. […] Nei fatti, le aziende contano sullo Stato per socializzare i rischi e i costi, mantenere un clima interno ed esterno favorevole alle proprie operazioni ed evitare il crollo in situazioni avverse.[...] Le multinazionali hanno acquisito un potere notevole e hanno un ruolo preponderante nella vita economica, sociale e politica. Negli ultimi vent'anni, la politica dello Stato ha teso ad accrescerne i diritti a spese della democrazia. E' il cosiddetto neo-liberismo: il trasferimento del potere dai cittadini a enti privati. Una multinazionale è diretta dall'alto e non ha responsabilità, o quasi nessuna, nei confronti del popolo.”3
Questo è solo uno dei numerosi passaggi che Chomsky dedica alla spiegazione di come quello iato tra Costituzione e potere reale sia caduto nelle mani dei cosiddetti “poteri forti”e, solo per citare alcuni dei suoi testi, basterebbe leggere saggi come Capire il potere, La democrazia del Grande Fratello, Sulla nostra pelle, per trovare ampie dimostrazioni fattuali del sistema sopra descritto.
Le analisi del filosofo americano aiutano anche a comprendere il secondo livello del problema, attraverso una soluzione che Egli stesso propone.
Il cartello di Terzigno, infatti, può anche essere considerato come il riflesso di circa duecento anni di lotte popolari, alimentate dal pensiero anarchico e in generale di sinistra che, giustamente, individuava nello Stato il centro di potere responsabile delle ingiustizie politico-sociali.
Come abbiamo visto però, a livello teorico, grazie anche a queste lotte, lo Stato si è evoluto e trasformato, mentre nel contempo il Potere ha trovato altri modi per esercitare la sua tirannia. Sono 
ueste le ragioni che spingono Chomsky, pensatore che ama definirsi “compagno di viaggio dell'anarchia”, ad affermare quanto segue:
“I miei obiettivi a breve termine consistono nel difendere e perfino rafforzare gli elementi dell'autorità statale che, seppur illegittimi per tanti versi, sono oggi più che mai necessari per impedire gli sforzi tesi a far rifluire i progressi che sono stati compiuti nell'allargamento della democrazia e dei diritti umani. Nelle società democratiche, l'autorità dello Stato viene costantemente sottoposta a pesanti attacchi, ma non perché contrasta con la concezione libertaria. Al contrario, perché offre una protezione contro alcuni aspetti di tale concezione. I nostri governi hanno un difetto fatale: a differenza delle tirannie private, forniscono al popolo disprezzato l'occasione di svolgere un ruolo nella gestione degli affari. Questo difetto è intollerabile per i padroni.”1
Il compito, pertanto, è impadronirsi nuovamente dello Stato, prendere coscienza del fatto che esistono una Costituzione e delle istituzioni che sono e devono essere l'arma di difesa della cittadinanza. Solo in questo modo si può evitare, parlando in termini kantiani, che ciò che lo Stato è in teoria, resti una forma a priori del tutto priva di contenuti.

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