martedì 24 gennaio 2012

Lo Stato (III)


Lo Stato, infatti, “si insedia al centro della scena politica europea dopo una lotta secolare che vede Chiesa, comuni e aristocrazie opporsi agli sforzi di monopolizzazione del potere coercitivo.”1
Da quel momento sono stati necessari tutta una serie di passaggi evolutivi: nato, appunto, come spontanea soluzione al conflitto di potere tra queste tre gerarchie, il concetto di Stato ha attraversato la storia dovendo continuamente reinventare i suoi principi di legittimità, proprio perché essendo una categoria politica concreta è stata la storia stessa a chiederne i cambiamenti. Questi passaggi possono essere sintetizzati in alcuni punti chiave. Se, infatti, inizialmente, al fine di legittimare la sua esistenza, lo Stato giustifica quest'ultima con una pretesa genesi della sovranità a carattere divino, incarnata nella persona del re (un esempio su tutti è Luigi XIV con l'affermazione “Lo Stato sono Io”) di cui la massima espressione teorica è l'opera di Jean Bodin2, sono proprio le contingenze storiche, di pari passo con la teoria, a modificare progressivamente questo concetto: affermatosi come detentore del potere politico, lo Stato diventa l'oggetto del contendere attraverso cui si affermano i più importanti progressi civili. A partire dalla Rivoluzione francese, in parallelo con i contributi di pensatori come Rousseau, Kant e Hegel, l'idea Stato si arricchisce di carattere etico, dello scopo di realizzare principi universali per tutta la sua comunità. Questo archetipo è ciò che lo accompagna fino ai giorni nostri, che lo porta nel 1948 (per quanto riguarda l'Italia) ad essere Stato di diritto, dove, parafrasando Luigi XIV, “lo Stato siamo Noi”. Per comprendere fino in fondo questa conclusione è necessario, però, soffermarsi dal punto di vista storico, per un attimo, all'esperienza dei totalitarismi novecenteschi, perché è tramite questo gigantesco trauma del XX secolo che si realizza un ultimo passo fondamentale per capire nella sua globalità lo Stato di diritto.
Assunte tutte le difficoltà che una spiegazione razionale di questi fenomeni propone, una tesi molto accreditata3 è che essi possano essere definiti come l'estremo tentativo di costruire con la ragione la società perfetta, ossia portare a totale compimento quel concetto di eticità e universalità della comunità territorialmente definita. Tale prova avviene attraverso la massima espressione di personalizzazione del potere, la più alta forma di politica di vertice che la storia abbia conosciuto. A livello di teoria dello Stato questo si traduce nel potere nelle mani di una sola persona, il dittatore, appunto, cui però, a differenza del re assoluto, spetta il compito di realizzare ciò che si suppone essere la volontà generale. Lo Stato è letteralmente nelle mani di una sola singola persona, legittimata dal basso, ma che di nuovo ne è l'incarnazione. I tragici risultati di questa esperienza producono, per reazione, quel passo fondamentale di spersonalizzazione completa dello Stato e pongono la sede del potere nel suo documento fondativo, la Costituzione. Uno stratagemma, questo, che, date per acquisite alcune caratteristiche quali la sovranità popolare, una forma di governo 
democratica con il meccanismo della rappresentanza parlamentare, la garanzia di libertà e dei diritti dell'uomo, dovrebbe essere in grado di metterle al riparo da qualsiasi tentativo di abuso e sopraffazione. La sintetica evoluzione storica appena descritta, serve a ricordarci che, almeno a livello teorico, lo Stato non potrebbe né dovrebbe essere colpevole, per esempio, di quanto è accaduto a Terzigno. Eppure l'accusa resta, perché?
Alla prossima!

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